La razza American Staffordshire Terrier


Gruppo:
3 – Terrier
Sezione:
3 – Terrier di tipo bull (gamba lunga)
 Senza prova di lavoro
Nome originale:
American Staffordshire Terrier
. Il nome è uguale in tutte le lingue
Paese d’origine:
Stati Uniti
Ultimo aggiornamento standard:
03.09.1996
Club:
SIT (Società Italiana Terrier)
Origini e storia
Tratto da: “I terrier di tipo bull” di Valeria Rossi – Ed. Olimpia

Origine comune a tutti i terrier di tipo bull

I combattimenti tra animali, fino al 1800, furono assoluta­mente legali in diverse parti del mondo, soprattutto in Inghilterra, patria di tutti i terrier. I cani venivano impiegati per combattere contro tori, orsi, perfino leoni ed elefanti.
Data l’oggettiva difficoltà nel reperire animali selvatici, i più diffusi diventarono presto i combattimenti tra cane e toro, perché anche i bovini erano animali dome­stici e ce n’era una gran quantità disponibile. E ovviamente non potevano mancare i combattimenti tra cane e cane, facili da organizzare anche nella cantina di casa! Inizialmente, però, i combattimenti tra cani rimasero uno spettacolo povero, riservato alle fasce meno abbienti della popolazione.
Il “vero” show era il “bull fighting”, che divenne uno spettacolo popolarissimo soprattutto in Inghilterra tra il ’700 e 1″800: alla base di questa scelta pare ci sia stata anche una particolare predilezione degli inglesi per la carne di toro dura e asciutta, che si otteneva proprio dagli animali fatti uccidere a morsi dai cani.
Poiché il toro in inglese si chiama bull, i cani impiegati in queste competizioni vennero chiamati bull-dogs. In realtà non si trattava di una “razza” ben precisa: c’erano molossoidi di ogni tipo, alti, bassi, più pesanti (forza) e più leggeri (agilità), con musi lunghi (maggiore rapidità di affondo) e corti (maggiore presa).
Da questo iniziale pout pourri cominciò però a delinearsi il tipo di cane “giusto” per i combattimenti, che doveva unire potenza, presa, tenacia, scarsa sensibilità al dolore, aggressività ed agilità. L’uomo cominciò subito a selezionarlo unendo diverse linee di molossoidi e dando così vita al predeces­sore dell’odierno bulldog.

Bull'nd terrier - Olio di G. Stibbs, 1812

C’era però un problema: i molossoidi, pur avendo forza e presa più che soddisfacenti, erano un po’ carenti in aggressività, e ancor più in agilità.
Così si pensò bene di unire a questa tipologia di base un tipo di cane che potesse dare un apporto decisivo a queste due caratteristiche: e siccome stiamo parlando di Inghilterra, il cane più aggressivo del mondo non dovevano cercarlo troppo lon­tano. Ce l’avevano in casa, e si chiamava terrier.
I terrier del tempo, come molti di quelli odierni, non avevano — fortunatamente per loro — “le physique du role”: erano troppo leggeri per venire usati direttamente in combattimento (anche se in qualche caso vennero effettivamente utilizzati). Incrociando i terrier con i molossi si arrivò invece al “combattente perfetto”, che venne chiamato, a seconda delle zone, “bull ‘nd terrier”, o “Half and half” (mezzo e mezzo), o “pit-dog” e altre definizioni che comunque si riferivano sempre a una tipologia, e non ancora ad una vera razza.
Per onor di cronaca devo anche riferire che non tutti gli Autori sono concordi sul­l’utilizzo di sangue terrier nella nascita dei terrier di tipo bull, soprattutto per quanto riguarda pit bull e american staffordshire.
Ma come, terrier senza sangue terrier? ­si chiederà qualcuno. Naturalmente è solo una delle diverse ipotesi, ma ritengo giusto riferirla perché ha seguaci di tutto rispetto tra i più antichi e rispettati pit men (e anche tra alcuni “amstaffisti”). Il passaggio dal bulldog agli attuali pit bull ed amstaff sarebbe avvenuto per selezione diretto, senza l’apporto di altre razze.
Questa teoria ha ancora alcuni seguaci in America, mentre in Europa sono tutti concordi nel ritenere che siano stati utilizzati i terrier e in particolare l’Old black anda tan terrier, oggi estinto (ma progenitore dell’attuale Manchester terrier).
Nel 1835 (1829 secondo altri Autori) in Inghilterra la civiltà umana fece un ulteriore piccolo passo in avanti e i combattimenti tra animali vennero dichiarati fuorilegge.

Dog fighting - Dipinto di H. Alken (1820 cca)

Questo, purtroppo, non impedì che continuassero a svolgersi: solo che era un po’ difficile “contrabbandare” un toro per vie cittadine e portarlo in un luogo nascosto per farlo combattere.
Così divenne di gran moda quello che fino ad allora era stato lo sport “di serie B”, e cioè il combattimento tra cani: era molto agevole tenerli nella più assoluta clandestinità, tant’è vero che ancora oggi se ne tengono un po’ in tutto il mondo e nessuno riesce a debellare defi­nitivamente questa piaga. Forse bisognerà semplicemente aspettare che anche gli “uomini di serie B” facciano il loro piccolo salto di qualità.
È importante specificare, però, che lo spirito che animava i cosiddetti pit men (allevatori e allenatori) di allora non si può neppure lontanamente paragonare allo spirito (o meglio, alla pura e semplice avidità) degli scommettitori clandestini di oggi.
Restando alla cronologia, sempre più o meno a metà dell’800 nasceva un po’ in tutto il mondo la cinofilia ufficiale: si tennero le prime esposizioni e si cominciò a guardare al cane come ad un’ “opera d’arte”, oltre che come a un semplice “strumento” utilitaristico.
I primi cinofili “ufficiali”, quindi, si dedicarono alla fissazione di vere e proprie razze canine, intese nel senso moderno della parola: ed è qui che la storia comune a tutti i terrier di tipo bull comincia a dividersi, accompagnando appunto l’evoluzione di cinque diverse razze.

Storia dell’American Staffordshire Terrier

La storia dell’American Staffordshire è la stessa, identica storia dell’American Pit bull terrier. Infatti queste due razze, che oggi alcune persone vorrebbero dividere in “buoni” e “cattivi”… in realtà sono una razza sola.
A dimostrarlo basterebbe l’aspetto fisico dei cani, ma anche i documenti storici (numerosissimi) avvalorano questa dichiarazione.
Il nome “american” che precede quello delle due razze è giustificato dal fatto che esse non vennero fissate in Gran Bretagna, come avvenne per tutti gli altri terrier, ma nelle colonie inglesi del Nord America e del Canada. Anche qui erano arrivati i soliti bull’nd terrier (perché anche qui, guarda caso, si facevano combattere i cani).

Erano presenti soggetti

Blue Paul Terrier

Il blue paul terrier pesava in media 22-23 kg, e anche più: aveva testa larga e muso corto e corpo molto muscoloso.
Il colore tipico era il blu scuro, ma esisteva anche nella varietà rossa, chiamata Red Smut.
Vari incroci successivi tra tutti questi bull’nd terrier (in cui gli irlandesi pare abbiano dato l’apporto più rilevante) contribuirono a creare l’american pit bull terrier, il cui nome (pit = recinto, arena) la dice molto lunga su quale fosse l’unico scopo dell’allevamento di questa razza.
È vero che le foto storiche ci mostrano cani abbracciati ai bambini, o cani a guardia delle fattorie... ma purtroppo non bisogna farsi troppe illusioni: molti degli stessi soggetti, alla sera, venivano quasi sempre portati nel «pit» a scannarsi con altri cani.

Bisogna però rilevare che:

Una cosa è certa: nel vero dog fighting c’era una certa “etica” (le virgolette mi sono venute spontanee, ma forse non avrei neppure dovuto inserirle), e alcuni cani divennero grandi campioni senza riportare una sola ferita.
Oggi le cose vanno in modo totalmente diverso, e i combattimenti clandestini terminano quasi sempre con la morte di uno dei due contendenti: non solo, ma i metodi di allenamento sono talora cruenti (cosa che assolutamente non accadeva ai vecchi tempi) e non c’è alcun rispetto né amore per i cani. Al contrario, i pit men di un tempo avevano una reale venerazione per i loro campioni: è vero che accettavano la possibilità di vederli morire in combatti­mento, ma li curavano con passione e non li avrebbero mai maltrattati (non ce n’era bisogno: i loro cani avevano la “gameness” nel sangue, e non si sarebbero mai sognati di stimolarla in modo diverso da quello selettivo, perché l’avrebbero considerato un fallimento).
A modo loro amavano i cani e li rispettavano. E non trovavano immorale farli combattere, perché in fondo nessuno li costringeva a farlo: era una loro scelta; come lo è quella dei segugi da grossa selvaggina che si avventano contro il cinghiale (riportando spesso ferite gravissime)… o come quella dei galli da combattimento, che nessuno “spinge” a lottare. Basta metterne uno di fronte all’altro, e la natura fa il suo corso.
John Colby e suo figlio Louis, insieme ai pit bull, hanno sempre allevato galli da combattimento: ma Louis scrive in un suo libro che è spregevole e disumano mettere un pit bull contro un maiale, perché il maiale non partecipa per sua scelta. Sempre di suo padre, Louis Colby dice che “aveva molta cura dei suoi animali”, e siccome “i cani cresciuti in canile non sono mai così intelligenti come quelli che vivono in famiglia, dava i cuccioli in affidamento affinché sviluppassero al meglio le loro doti intellettive”.
Certo quello degli amanti del dog fighting resta un tipo di amore decisamente alieno per il mio modo di vedere: ma leggendo, studiando e anche parlando con persone che hanno quel tipo di mentalità sono riuscita — se non a condividere, cosa che non farò mai — almeno a capire il loro punto di vista. Ho anche scoperto che queste persone sono le prime ad aborrire e condannare i combattimenti clandestini di oggi, dove un pit bull può essere messo di fronte a un rottweiler: “Una cosa indegna! — è il loro commento — Non si fanno combattere cani di peso così diverso!”.

Insomma, i veri pit men avevano quan­tomeno un radicato senso della lealtà e dell’etica sportiva, e (sempre a modo loro…) rispettavano gli animali. Gli scommetti­tori clandestini di oggi vedono il cane esclusivamente come un oggetto da sfruttare per fare soldi, non hanno nessuna etica e sono disposti a usare qualsiasi mezzo (maltrattamenti compresi) per rendere i cani più combattivi: quindi siamo riusciti ad “involverci” e a peggiorare anche in un settore di cui potevamo già andare ben poco fieri… e ancora complimenti al genere (dis) umano!
Tornando alla storia, la nascita delle esposizioni canine portò a un famoso bivio, anzi… a un trivio, come vedremo tra poco: perché i cinofili appassionati di «show» cominciarono a prendere le distanze da chi continuava a volere il cane da combat­timento.
Ma qui c’è un grosso equivoco da chiarire, perché gli “amanti del cane da combatti­mento” non erano più solo quelli che i combattimenti effettivamente continuavano a farli. Erano anche alcuni cinofili rispettosi della legge, ma fermamente intenzionati a non ridurre il pit bull a un “lezioso cagnetto da ring” (come lo definivano loro). Volevano che rimanesse un “superdog” capace di mantenere intatte tutte le caratteristiche che l’avevano portato al successo, anche se non avevano più intenzione di farlo combattere.
Non è certamente facile fare piena chia­rezza su avvenimenti che si svolsero in un’epoca a cavallo tra razze e non-razze, tra scommettitori e cinofili puri, tra esposizioni di bellezza e combattimenti clandestini.
Le uniche cose certe sono le date storiche, come quella del 1898 che vede la nascita dell’U.K.C. (United Kennel Club) ad opera di C. Z. Bennet. A questa associazione venivano tranquillamente iscritti i pit bull da combattimento, perché in quegli anni la pratica era stata proibita in Inghilterra, ma non in America (potrà sembrare strano, ma il vero stop al dog fighting in Usa arrivò nel 1976! Prima c’era una legge generica contro il combattimento tra animali, ma il dog fighting non era considerato alla stessa stregua di altre barbarie, e la legge chiudeva un occhio… e a volte anche due).
Il bollettino ufficiale dell’U.K.C., il “Blo­odlines Journal”, pubblicava regolarmente le date e i risultati degli incontri: l’U.K.C. concedeva anche il titolo di “pit Cham­pion” ai cani che avessero vinto tre (o più) combattimenti ufficiali.
Quando però i combattimenti cominciarono ad essere osteggiati in America, l’U.K.C. si adeguò alle leggi correnti e il Bloodlines Journal non accettò più pubblicità che alludessero al dog fighting, né quelle di equipaggiamenti per il dog fighting (oggi si viene squalificati a vita dall’U.K.C. se ritenuti colpevoli di aver effettuato combattimenti).
Anche l’aspetto dei pit bull U.K.C. venne “ingentilito” cercando di farne un cane da show: questo infastidì una parte di allevatori che preferi­vano mantenere il “tipo da combattimento”, e nel 1909 nacque l’A.D.B.A. (American Dog Breeders Association), spesso accusata di voler continuare con i combattimenti.
In realtà è abbastanza difficile capire quale sia la verità, perché è vero che i “pit men” ancora associati a questa pratica sono stati (e sono) tutti legati all’A.D.B.A.: ma è anche vero che diversi allevatori A.D.B.A. non hanno più alcun interesse per il dog fighting, ma solo per il mantenimento del “tipo” morfologico ideale per questa pratica.
E veniamo ora all’American Kennel Club.
Nato nel 1884, all’inizio non contava né più né meno di altre associazioni cinofile sparse un po’ in tutto il mondo. Col tempo, però, l’A.K.C. assunse un peso politico sempre più rilevante, fino a divenire il principale punto di riferimento per la cinofilia ufficiale americana. Così, dopo 38 anni che l’U.K.C. registrava pit bull, alcuni allevatori chiesero all’A.K.C. il riconoscimento dell’American pit bull terrier (perché solo quello c’era, al momento!), sperando di ottenere mag­gior peso politico e di staccarsi ancor più nettamente dall’immagine (ormai divenuta negativa) dei combattimenti.
Gli allevatori U.K.C. presentarono quindi, alcuni cani per l’iscrizione al Libro Origini dell’A.K.C…. ma quest’ultimo rispose: “Con quel nome, non se parla nemmeno”, visto che il termine “pit” richiamava una pratica ormai illegale.
Allora i cinofili amanti dello show presero gli stessi identici cani (che sempre pit bull erano!) e dissero: “Okay, cambiamo pure nome”. L’A.K.C. diede il suo consenso, e fu così che nel 1936 nacque la razza in seguito riconosciuta anche dall’F.C.I. e da tutti gli Enti ad essa associati, compreso l’E.N.C.I.: l’ American staffordshire terrier, abbreviato in Amstaff o Ast.
Il primo nome della razza, però, non comprendeva l’aggettivo “american”: le registrazioni iniziali vennero fatte come “staffordshire terrier”.

Pete the Pup

Uno dei primi cani “virati” da una razza all’altra fu nientemeno che Pete the Pup (un sito Internet sostiene che il suo vero nome era “Lucenay’s Peter”, ma non ho trovato ulteriori conferme da altre fonti).


Questo simpaticissimo cane era la star canina di “Our Gang”, ovvero “Simpatiche canaglie”.

Il primo nome approvato dall’A.K.C. per la razza (semplicemente “Staffordshire terrier”) generò un equivoco sul celeberrimo cane, che viene indicato come progenitore sia degli attuali american staffordshire terrier (vero), che degli attuali Staffordshire bull terrier (falso).


Quando l’A.K.C. riconobbe lo Staffordshire bull terrier, giusto per compli­care ancora un po’ le cose, cambiò il nome dell’ex pit bull in “american staffordshire terrier”.


Questa è la vera storia dell’amstaff e del pit bull: ogni altra storia, compresa quella secondo cui venivano iscritti come american staffordshire solo i cani che non combattevano da dieci generazioni, è una barzelletta che viene vista come tale da tutti i veri conoscitori della razza.